WALL STREET (254) – San Giorgio Arte | Acquistare quadri, sculture, opere d’arte di lusso

WALL STREET (254)

WALL STREET (254)

artista: 

anno: 2013
tecnica: Olio su tela

dimensioni: 

200 × 150 cm

Autentica a firma del Maestro

IL MONOCROMO

Si entra nelle opere di Roberto Guadalupi, come in una complessa scenografia metropolitana nella quale lo spettatore si trasforma da ignaro protagonista a sempre più consapevole attore. Guardiamo, osserviamo la monocromia sapiente intensa e riflessiva, melanconica, non ci distraggono i colori, le superficiali sfumature, i personaggi manchevoli e mancanti. Le città sono voraci protagoniste dove l’uomo, naufrago e disperso, è assente o, laddove è presente, diventa mera proiezione: l’ombra di un lampione, il bagliore colto dietro una finestra, un lampo di luce dietro il quale si appalesa la vita…(vita?). Non c’è l’uomo ma c’è, fiera e dominante, la sua opera, il meglio che ha realizzato, la sua potenza fisica trasformata nel suo limite metafisico, la sua moderna prigione che ingabbia sentimenti e sensazioni, anima e phatos. Che siano i grattacieli di New York, così come i ponti di Chicago o la laguna di Venezia, o ancora il mare del golfo di Napoli nello specchio antistante Palazzo Sant’Anna, sfugge la pace rasserenante per far posto all’impeto di onde inquiete, dei chiaroscuri, delle nubi bizzose e veloci che attraversano cieli lividi. Specchi dell’anima di un’umanità senza punti di riferimento, senza pace, né patria. Siamo sempre in un day before, se non in un day after. Cosa sta per accadere o cosa è già accaduto? Un’umanità spazzata via che lascia solo le tracce di ciò che ha creato, le sue opere tangibili. La monocromia raffinata ci incanala il pensiero, sì almeno noi che guardiamo Guadalupi pensiamo, ma dove è finito il pensiero dell’umanità latitante? Dove si nasconde? In quale onda ribelle e tumultuosa è annegato, dietro quale indistinta finestra di quale spersonalizzante grattacielo è nascosto impaurito? Quale nembo o cirro lo stanno portando via, magari verso lidi forse più tranquilli dove potrà trovare pace e rifugio? Guadalupi ci lascia intatti e custodi dei suoi interrogativi che sono poi quelli dell’uomo di oggi, globalizzato e proprio per questo ancor più sperduto, senza patria né terra, senza casa né lido, vittima di sé e della sua razionale potenza, nel suo genio trasformato in avida costruzione e mero consumo. Scenari apocalittici: riemergono dai ricordi della memoria i paesaggi di Metropolis di Fritz Lang, il suo mondo del futuro, quel 2026 ipotizzato già nel 1927 diventa l’oggi di Guadalupi, schiacciante e disumanizzante. Il monocromatismo ci riporta all’uso del colore di Essi vivono di John Carpenter, dove la verità è visibile solo in bianco e nero. In Guadalupi gli alieni del film di Carpenter sono i rappresentanti della classe dominante, quella che detiene il potere, politico o economico che sia. Chi ci domina vuole farci vedere un mondo a colori: irreale e felice, sereno ed equo. Guadalupi ci depriva dei colori, nel monocromatismo ci incita e ci sprona a guardare oltre le apparenze, oltre i luoghi comuni, oltre un “grande fratello” tranquillizzante. Scava e porta fuori quell’ultimo barlume di lucido pensiero che l’uomo possiede. Assordante ci arriva il rumore del silenzio che squarcia le sue tele può essere l’approssimarsi di un temporale o il cupo e sordo rombo di un caccia che vola rado. O ancora lo sciacquio delle onde impavide che sbattono lungo i piloni di ponti che non sanno più collegare gli uomini. È apocalittica la prospettiva della sua Wall Street, i grattacieli dell’economia schiacciano chi guarda, sembra la sconcertante immane attesa di un’invasione silente. Ma gli alieni non arrivano, perché i nemici sono già qui, dentro ciascuno di noi, vittime e carnefici nello stesso tempo. Questo l’arcano di Guadalupi, le sue atmosfere metropolitane che traducono il pensiero dell’uomo: dentro ci sono le sue paure così come i suoi vizi. Il suo genio come i suoi limiti, le sue angosce e la sua eventuale possibilità di salvezza. Ecco, appunto. La salvezza dell’umanità. Roberto Guadalupi non ci dà risposte. Le sue opere rimandano solo agli interrogativi della mente. Chi ci salverà allora? È in chi lo guarda la risposta, una o molteplici. Forse un’antieroe, così com’è questo artista, profondo e sfuggente, lirico ed enigmatico, realista e allegorico, complesso nella sua sapiente costruzione geometrica, denso di significati che l’animo attento contempla e comprende.

Maria Rosaria Gianni

Descrizione

Nasce a Brindisi nel 1954. Esordisce come scenografo negli anni ’70. Si interessa alla pittura affascinato da Impressionismo e Realismo romantico. Le opere del primo periodo sono caratterizzate da espressioni di denuncia sociale, come i galli che rappresentano le istituzioni. E poi le locomotive, simbolo futuristico del rapporto fra tempo che scorre e velocità. Conosce grandi artisti tra cui Bay, Alinari, Giovan Francesco Gonzaga, Possenti, Treccani, Combas, Pignatelli, Longaretti. Espone a Stoccarda, Innsbruck, Lussemburgo, Arles, Budapest, Helsinki, oltre che in Italia. Dai suoi viaggi nascono le opere dedicate alle città. Oggi le metropoli sono i suoi soggetti preferiti, brillantemente esaltate dalla tecnica del monocromo. È inserito negli archivi storici della Quadriennale romana e nel Catalogo dell’Arte Moderna edito da Giorgio Mondadori (Milano), classificato AC: Alto interesse Critico. Realizza opere per la Biennale di Venezia nel 2007 e nel 2011.Fa parte del Movimento degli Arcani con cui espone in Italia e negli Stati Uniti. Nel novembre 2012 le sue opere dedicate ai diritti umani vengono esposte presso la Galleria ONU. Torna così il tema sociale nella pittura di Guadalupi: i contrasti fra ricchezza e realtà in via di sviluppo, i sogni dei giovani, la tutela dei bambini. Una sua opera è acquisita in mostra permanente dal Museo Giuseppe Sciortino di Monreale (Palermo). Un’altra è in mostra permanente presso il Museo Nazionale di Lviv, in Ucraina.

L’UOMO E LA CITTÀ

 Roberto Guadalupi si avvicina alla pittura quando a otto anni resta folgorato da un’opera di Vincent Van Gogh. “il ponte levatoio di Langlois”. Sono i viaggi in Francia, Germania, Olanda, ripercorrendo le tappe del movimento impressionista, a segnare il suo percorso di formazione. I luoghi e gli artisti come Ottone Rosai, Mario Sironi, Maurice Utrillo, Filippo De Pisis, i paesaggi e i Maestri. Oggi come allora, la sua ispirazione ed elemento imprescindibile per la sua arte è l’osservazione. Roberto Guadalupi infatti è, colui che racconta l’uomo e il suo rapporto col mondo che lo circonda. Un uomo sopraffatto dal caos. L’emozione che si percepisce è quella del piccolo dinanzi ai grattacieli statunitensi, simbolo del potere, l’umano contro l’altissimo, il reale contro l’imponente che lui stesso ha creato. Non c’è mai traccia di presenza umana nelle opere di Guadalupi, non perché l’uomo non sia parte fondante di questa rappresentazione, ma perché l’uomo è al di fuori, è colui che guarda. Non partecipa, osserva. L’arte di Guadalupi è contemplazione. Una finestra sul mondo, uno sguardo attento che non è puramente descrittivo. Le sue New York. Chicago, Manhattan, non sono ritratti perfetti, molti panorami non corrispondono alla realtà dei luoghi, sono evocazioni. Solo alcuni monumenti fanno intuire all’osservatore dove si trova, l’Empire State building, il Chrysler, sono in mezzo a tanti grattacieli come segni di riconoscimento, tanto fari quanto vette di potere. Non è una fotografia del reale, è come uno sguardo e la sua interpretazione, una suggestione. L’occhio ammira o si lascia sovrastare, scruta o resta a distanza. Non cattura, ma piuttosto ricorda, si affida a un’emozione. I cieli sono a volte inquietanti, con nubi cupe o fumi misteriosi che parlano di attesa, si avverte una sorta di disagio, anzi un presagio per qualcosa che deve accadere. Altre volte invece l’uomo raggiunge con lo sguardo luoghi di quiete: lo scatto di una storica Roma o la poesia di Venezia, la vista ammirata dinanzi al golfo di Napoli o gli scogli di Portofino o Ischia guardata da una barca in lontananza. Nel suo percorso artistico Roberto Guadalupi è passato dai colori al dipinto in monocromo. Solo azzurro, o rosso, verde o rosa. L’aura che dona questo solo colore è ogni volta diversa ma sempre domina la voglia di fermare il tempo, di stabilire un momento di riposo, di quiete per l’uomo oppresso dal caos cromatico della sua esistenza.

Paolo Levi

Informazioni aggiuntive

Dimensioni 200 × 150 cm

RICHIEDI TRATTATIVA PERSONALE
per WALL STREET (254)

 La tua mail è al sicuro. Non riceverai spam